Adolescenti e psicologo

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Come spiegare a un adolescente che lo si vorrebbe portare dallo psicologo?


Spesso i genitori che si rivolgono a uno psicologo per una consulenza riguardante il proprio figlio hanno difficoltà ad immaginarsi come riuscire a coinvolgerlo all’interno della consultazione: si aspettano un suo rifiuto, temono che lui non ne senta il bisogno, non sanno se e come potranno convincerlo, dato che

“ormai è abbastanza grande”.

In situazioni simili è importante che essi condividano con lo specialista innanzitutto le proprie ipotesi, a partire dalle quali pensare insieme cosa e come riferire al figlio.


“Come faccio a dirgli che vorrei fargli fare qualche colloquio con lo psicologo? Non accetta che noi genitori gli diciamo nulla, soprattutto se riguarda cose per cui siamo preoccupati. Dice che non possiamo capire, che va tutto bene. Ma a noi, invece, sembra che le cose non stiano così, e anche gli insegnanti si sono detti preoccupati.”

Un punto di partenza fondamentale è quello di essere sinceri con il ragazzo. Questo per diversi ordini di motivi.

  • In primo luogo perché se un adolescente manifesta dei sintomi o delle difficoltà è importante possa sentire che i propri genitori ne sono consapevoli e che hanno a cuore il fatto di affrontare la questione. Se questo a livello superficiale può far sì che l’adolescente reagisca ribellandosi, di fatto a livello profondo assume ben altro – inconsapevole - significato
  • Secondariamente perché sentendosi - per quanto sopra - capito e supportato dai propri adulti di riferimento, possa affrontare con maggior fiducia il momento di conoscenza con lo psicologo

Potrà inoltre confrontarsi con la reale limitatezza dei propri genitori – essi stessi impotenti di fronte alle presenti difficoltà -, avendo così la possibilità di investire su una figura di riferimento esterna alla famiglia, che possa facilitare la sua partecipazione attiva al processo di conoscenza.
In presenza di un adolescente, diventa molto importante la costruzione di un’alleanza basata su una questione fondamentale: le informazioni che porterà in colloquio non verranno integralmente riferite ai genitori, ma verrà concordato insieme cosa comunicare e cosa no, fermo restando che l’eventuale comunicazione di notizie particolarmente preoccupanti che lo specialista ritenga fondamentali per la protezione del minore stesso potranno essere trattate diversamente.
Questo perché si tratta comunque di un soggetto in fase evolutiva dal punto di vista psicologico e minorenne di fronte alla legge, quindi in ogni caso da proteggere. Il tutto si pone nell’ottica fondamentale, all’interno del contesto della consultazione psicologica, di poter favorire la massima collaborazione attiva da parte del paziente, che possa sentirsi quanto più possibile libero di manifestare i propri pensieri, emozioni, affetti.

La consultazione psicologica con un adolescente si può avvalere di strumenti “misti”: da una parte vi è infatti l’incontro con un individuo ormai capace di utilizzare appieno la complessità del linguaggio verbale, ma dall’altra è possibile facilitare l’emergere di determinati contenuti anche attraverso altri strumenti, come il disegno, l’utilizzo di giochi strutturati o di attività creative alternative. È anche possibile che sia l’adolescente stesso a portare qualcosa di sé da fuori: cellulare, macchina fotografica, lettore mp3; rappresentano modalità alternative attraverso le quali il ragazzo può farsi conoscere anche attraverso la sua modernità.

E’ anche possibile che il professionista abbia intenzione/necessità di utilizzare dei test specifici, il cui contenuto e modalità operative potranno di volta in volta essere spiegate direttamente all’adolescente, così da non creare aspettative eccessive (spesso collegate all’identità test = verifica scolastica, così come viene spesso percepito). D’altra parte spesso un adolescente affronta più volentieri un test piuttosto che il colloquio libero, perché consapevole della futura possibilità di rispecchiamento durante la restituzione delle conclusioni.

Un adolescente dovrebbe sapere abbastanza bene di che cosa si occupi uno psicologo, ma può essere per lui importante che i genitori glielo spieghino brevemente, anche mettendo in gioco se stessi, in quanto chiamati a partecipare attivamente già nella prima fase di consultazione.
 
In alcuni casi, è proprio il ragazzo a chiedere ai genitori di rivolgersi a uno psicologo, a causa di un malessere personale, di insicurezza, o anche per il desiderio di trovare un aiuto nel rispondere ad alcune domande “esistenziali”,  che a questa età si possono presentare piuttosto naturalmente.
 
L’adolescenza è un periodo di ridefinizione talmente radicale per la persona, che facilmente il ragazzo può attraversare periodi di crisi. L’aiuto di uno specialista in età evolutiva può andare proprio nella direzione di comprendere se si tratti di una fase transitoria, oppure se ci sia il rischio che si strutturi un funzionamento sintomatico più definito. In entrambi i casi, il fatto di affrontare l’attuale difficoltà è un passo fondamentale per cominciare a diminuire la pressione emotiva e relazionale che solitamente si verifica.
A volte sono le questioni dei genitori a ricadere pesantemente sui figli (ad esempio in caso di una separazione particolarmente conflittuale, di un grave lutto, della presenza di un familiare seriamente malato), e allora l’intervento dello psicologo potrà avere una funzione in qualche modo preventiva: non si aspetta che il figlio manifesti un disagio specifico, ma si interviene a monte. In casi simili la comunicazione chiara delle motivazioni alla base del consulto è importante, in quanto deresponsabilizzando il ragazzo, può agevolare la sua alleanza con lo specialista.

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